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Standschützen (Bersaglieri Tirolesi)

di Oswald Mederle

Organizzazione degli eserciti
della monarchia austro-ungarica

Dopo la sconfitta di Königgrätz nel 1866 da parte della Prussia, l’Impero austro-ungarico dovette cedere il Veneto all’Italia.

Un anno dopo, nel 1867, all’interno della monarchia asburgica si raggiunse un compromesso che divise l’impero in due stati indipendenti, l’Austria e l’Ungheria, sotto la guida dell’imperatore Francesco Giuseppe I. L’accordo prevedeva che i due stati avessero in comune tra l’altro i ministeri degli Esteri, delle Finanze e della Guerra con un esercito e la marina militare.

Dal desiderio ungherese di avere un esercito indipendente, nacquero in successione i due eserciti territoriali dell’Ungheria e dell’Austria, che non possono essere paragonati con quelle in altri stati europei dove i territoriali erano più una milizia che un esercito.

Esisteva un esercito comune, dipendente dal Ministero della Guerra K. u. K. Kaiserliches und königliches Heer / imperiale e regio esercito.

Esistevano poi due eserciti territoriali, dipendenti dai due Ministeri della Difesa:

K. K.

kaiserlich-königliche Landwehr

imperial-regio esercito

K. U.

königlich-ungarische Honvéd

regio esercito ungherese

Questi tre eserciti soggetti a tre ministeri diversi furono uniti sotto un unico Comando Supremo.

Una delle differenze principali nell’organizzazione era che i k. u. k. reggimenti di fanteria erano suddivisi in 4 battaglioni, mentre i k. k. e k. u. Reggimenti ne possedevano soltanto tre.

La k. k. Landwehr nel 1914 disponeva di:

37 reggimenti di fanteria – Landwehr-Infanterieregimenter

3 reggimenti di montagna – Landesschützen-Regimenter

2 reggimenti di bersaglieri – Gebirgsschützen-Regimenter di montagna (4°, 27° LIR)

6 reggimenti ulani territoriali – Landwehr-Ulanen-Regimenter

1 Divisione di Landesschützen tirolesi a cavallo

1 Divisione di Landesschützen dalmati a cavallo più artiglieria Landwehr.

Una parte importante è costituita dal Landsturm o leva di massa comprendente:

Reggimenti di fanteria Landsturm – Landsturm-Infanterieregimenter

Bersaglieri del Tirolo – Tiroler Sandschützen

Il SERVIZIO DI LEVA

L’obbligo del servizio militare venne introdotto nell’esercito imperiale a partire dal 1866, ma soltanto nel 1868 si stipulò un accordo tra i due stati Austria e Ungheria. Ci si accodò sul periodo di permanenza nell’esercito comune, nella marina, nella Landwehr/Landsturm e nella Honvéd.

Il servizio militare iniziava col compimento del ventunesimo anno, la durata era di 12 anni dei quali:

· 3 anni nella “Linie” (come attivo)

· 7 anni nella riserva

· 2 anni nella Landwehr (non attivo)

Una novità consisteva nel fatto che d’ora in avanti tutti gli uomini furono soggetti alla leva di massa dal 19° al 42° anno di vita, sempre se non facenti già servizio attivo nell’esercito, nella Landwehr / Honvéd o riserve.

Durante la Prima Guerra Mondiale il periodo di permanenza fu ulteriormente prolungato fino ai 50 anni.

Il servizio volontario per un anno (Einjährig-Freiwilliger-Dienst) era permesso nell’esercito, in marina e nella Landwehr/Honvéd. Il volontario non percepiva il soldo e dovette procurarsi l’equipaggiamento a spese proprie, nei casi dovuti persino il cavallo.

La provenienza degli Standschützen
(Bersaglieri Tirolesi)

All’interno dell’impero asburgico il Tirolo copriva una posizione particolare in fatto di prestazioni militari. Per capire si deve tornare nel lontano 1511 (1512), quando l’imperatore Massimiliano I stilò un accordo con i quattro ceti tirolesi e i vescovi di Trento e Bressanone, regolandovi tra l’altro anche la prestazione militare popolare. Questo fatto per ovvia mancanza di spazio non può essere trattato in questo opuscolo ma fa riferimento alle recenti pubblicazioni sul “Landlibell” delle Province autonome di Trento e Bolzano. Da quel momento in avanti i reggenti del Tirolo iniziarono a sostenere il tiro al bersaglio, prima coll’archibugio e poi con altre armi da fuoco, riproponendosi di attingere a una riserva di combattenti addestrati. Anche se fino alla Prima guerra mondiale nessuno dovette combattere fuori dai confini territoriali, col passare dei secoli ci furono sempre adeguamenti al fabbisogno e in fine anche l’incorporazione nell’esercito permanente.

Alla fine del diciannovesimo secolo si iniziò a aggregare le compagnie dei Bersaglieri Tirolesi (Standschützenkompagnien), che fino allora avevano agito indipendentemente, ai militare. Questi ultimi, ritenendo le compagnie Schützen “corporazioni utili alla difesa territoriale”, li appoggiarono fornendo loro, gratuitamente o a prezzi modici, armi e munizioni al passo dei tempi. D’allora in poi il nome di “Standschützen” venne ufficializzato anche nell’esercito.

Con la legge di difesa territoriale del 1887 fu deciso che la difesa territoriale fosse da considerarsi parte delle forze armate e venisse suddivisa nei Bersaglieri (Standschützen) integrandoli attraverso i casini di tiro e la leva di massa (Landsturm).

Con l’entrata in vigore della legge della difesa territoriale per il Tirolo e Vorarlberg del 25 maggio 1913 (§ 17) e la legge riguardante l’ordinanza di tiro, i poligoni di tiro con i loro soci così come tutte le altre corporazioni di carattere militare (associazioni dei veterani e dei combattenti) divennero parte integrante della leva di massa (Landsturm).

Da quel momento in poi ogni Standschütze iscritto era sottoposto all’obbligo della leva di massa (Landsturmpflichtig) e non lo si poté più ritenere volontario.

Soltanto quei Bersaglieri che aderirono ad un poligono dopo la mobilitazione del 1915 poterono continuare a fregiarsi dell’appellativo di “volontario”.

Una possibile dimissione da un poligono di tiro venne vietata già dall’agosto 1914 in poi per via legislativa.

Secondo la convenzione di Haag i Bersaglieri Tirolesi da questo momento (1913) in poi furono a tutti gli effetti truppe regolari, ma continuando a essere impiegati soltanto nella propria regione (Land) e a difesa del confine territoriale. Negli ultimi anni del conflitto mondiale non fu tuttavia più tenuto conto di questo obbligo, basti pensare ai campi di battaglia dei Sette Comuni a partire dal 1916.

1914

Dopo che il 28 luglio 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale e ne seguì la mobilitazione generale, Theodor Freiherr von Kathrein (Presidente del Tirolo), “come primo tiratore del Tirolo” (Oberschützenmeister) fece un appello ai k. k. casini di tiro e società dei veterani richiamandoli alle armi.

Joly Wolfgang, Standschützen

Agli inizi di settembre 1914, in un appello integrativo, si specificò che gli interessati dovevano essere tra l’età di 19 e 42 anni compiuti, sempre che non fossero già arruolati in un’unità combattente. Si chiese inoltre a tutti quelli che non fossero ancora stati richiamati alla leva di massa di iscriversi nei casini di tiro onde essere in regola con le convenzioni internazionali.

A partire da ottobre/novembre 1914, dopo la pubblicazione delle prime liste dei caduti, l’arruolamento volontario subì una stagnazione.

Negli ultimi mesi dell’anno 1914 venne mandato un ispettore a visitare tutti i casini di tiro, che dovette poi fare rapporto su ogni singola realtà riguardante affidabilità e patriottismo. Nel Trentino, allora già secolare parte del Tirolo, la popolazione era die lingua italiana. Il loro numero viene calcolato in una percentuale di ca. un terzo in rapporto alla popolazione totale tirolese. Pure nel territorio trentino si fondarono già molto prima della Grande Guerra dei casini di tiro. Però la loro collocazione fu maggiore nelle zone rurali che in quelle di città, anche perché la questione venne criticata con veemenza li dove la cittadinanza fu sempre più filo italiana di quella rurale. Di fatto nelle città e nei comuni più grandi i casini di tiro furono molto meno se non inesistenti. Qualche casino cittadino funse persino da ritrovo e copertura a numerosi Irredentisti.

1915

Su tutto il territorio del Tirolo si istituirono delle commissioni di leva che fecero abili molti che in tempo di pace non sarebbero mai stati arruolati. Inoltre si allargò l’età per la leva di massa da 18 a 50 anni compiuti.

Il 9 marzo 1915 il k. u. k. Ministero degli Esteri dichiarò all’ambasciatore italiano che la duplice monarchia era disposta a cedere all’Italia parte del Trentino e dell’Istria in cambio della non belligeranza. Nel Tirolo la notizia si diffuse a macchia d’olio frenando l’euforia patriottica, e in Trentino parte della popolazione non ebbe parole, mentre l’altra parte ne fu sollevata.

Mentre le trattative diplomatiche non portarono ad alcun accordo e così si andò inesorabilmente incontro al conflitto con l’Italia.

A fine marzo, ben poche compagnie erano in possesso dell’equipaggiamento, di fucili e cartucce. Solo quando agli inizi d’aprile le notizie del movimento di truppe italiane a ridosso del confine si accrebbero, ci si mosse. Dal punto di vista politico la chiamata alle armi dei Bersaglieri Tirolesi fu un’incognita; si temeva che questo modo d’agire irritasse l’Italia e la portasse ad un attacco anticipato.

Dopo che l’Italia annunciò la fuoriuscita dalla Triplice alleanza si iniziarono i veri e propri preparativi. Gli “Schützen”abili vennero integrati nelle formazioni da campo e i meno abili formarono i reparti di rincalzo e di sorveglianza territoriale.

Un previsto armamento si ebbe da fare solamente se le unità fossero completamente affidabili. Riguardante l’organizzazione territoriale dei gruppi d’intervento fu specificato che formazioni di madrelingua italiana non dovessero mai ricevere compiti o mansioni autonome, come l’occupazione di passi, gioghi o fortezze, ma sempre in cooperazione con altre unità miste. Pur di non correre alcun rischio, anche dopo la dichiarazione di guerra da parte dell’Italia il 23 maggio 1915, le unità ritenute fedeli vennero impiegate in maggioranza nella costruzione di strade, ricoveri, funivie o trinceramenti. Vennero poste a sorvegliare punti nevralgici nelle retrovie, portare le vivande al fronte e di tanto in tanto fare servizio nelle ridotte avanzate. Se ritenute leali parteciparono anche a combattimenti di prima linea come le formazioni di Ala-Pilcante, o la compagnia Vallarsa-Trambileno, che si dimostrarono combattive come le altre formazioni del Tirolo. Coll’inoltrarsi della guerra la maggior parte delle formazioni trentine furono sciolte, alcune persino dopo poche settimane, solo poche resistettero durante tutto il conflitto finendo la guerra come reparti di lavoratori. Una delle ragioni di ciò fu che i più giovani, raggiunta l’età prescritta, finirono nei reparti di prima linea e i più vecchi, malati ecc. furono congedati.

Riguardanti le armi, al primo giuramento del 1914 gli uomini vennero armati dei propri “Stutzen” da bersaglio. Solamente nella primavera 1915, a causa della generale carenza di armi portatili, le unità furono armate inizialmente con fucili Werndl a monocolpo. Queste armi vennero sostituite ai primi di maggio nei reparti del Tirolo del Nord e Vorarlberg da fucili Mauser tedeschi, modello 1888 (per gli austriaci M1913), e quelli dei tirolesi di madrelingua tedesca a sud del Brennero parzialmente con Mauser sopra citati o Mannlicher di modelli diversi. Per i trentini si mantennero i Werndl e soltanto le unità a ridosso del fronte ricevettero fucili tedeschi tipo Mauser M 1888.

Fucile Mauser M 1888 (M 1913)

Fucile Mannlicher M 1888/90

Fucile Werndl M 1867/77

Fucile Mannlicher M 1895

Mannlicher-Stutzen M 1895

Siro Offelli, Le armi e gli equipaggiamenti dell’esercito Austro-Ungarico

Per garantire la riconoscibilità dei Bersaglieri in servizio di guardia, predisposto già nell’inverno 1914/15, si aggiunse al vestiario borghese o costume regionale una benda giallo-nera sul braccio sinistro per il Landsturm austriaco oppure una benda bianco-verde se si trattava del Landsturm Tirolese.

Bende O bracciali – Archivio Mederle, Bressanone

Bersaglieri Tirolesi tra la Val di Gresta
e il fiume Adige

Il 18 maggio 1915 per ordine di Francesco Giuseppe I furono mobilitati i Bersaglieri del Tirolo (Tiroler Standschützen) e trasportati con treni o trasferiti a piedi al confine con l’Italia. Nella Val d’Adige, dapprima citata come “Etschtalsperre” poi “Sektion Rovereto”, che si estendeva dalla Val di Gresta (Lago di Loppio) fino al Col Santo – Monte Testo, i Bersaglieri vennero aggregati alla 181a Brigata di fanteria. Ed è proprio di una parte di questo fronte che ci occuperemo d’ora in avanti, e precisamente di quello tra la Val di Gresta e il fiume Adige.

Operarono nella zona le seguenti compagnie e formazioni:

– Compagnia Ala-Pilcante

– Compagnia Borghetto

– Compagnia Brentonico

– Compagnia Vallarsa

– Standschützen-Bataillon Brixen

– Standschützen-Bataillon Kitzbühel.

Compagnia Bersaglieri Ala-Pilcante

Fece il giuramento il 19 maggio 1915. Il 27 maggio insieme alla compagnia di Borghetto sostenne uno scontro a fuoco a Ala con truppe italiane subendo perdite non indifferenti. Dopo di che la compagnia si ritirò con la gendarmeria e i finanzieri sulla linea di resistenza a Serravalle e Marco. Nel giugno 1915 la compagnia fu sciolta e i restanti membri trasferiti alla compagnia Vallarsa.

Compagnia Bersaglieri Borghetto

Mobilitata il 20 maggio 1915 si ritirò verso Ala dove partecipò allo scontro con le truppe italiane. Subì la stessa sorte della compagnia Ala-Pilcante.

Compagnia Brentonico

Venne mobilitata il 20 maggio 1915. Prima fu mandata a ridosso del confine italo-austriaco sul massiccio del Monte Baldo dove costruì le prime trincee difensive, ricoveri e una cisterna per l’acqua. Quando nell’autunno 1915 la pressione italiana aumentò, la compagnia si ritirò prima a Brentonico e poi verso Mori e Nago. Fece pattugliamenti verso le propaggini del Monte Baldo e concorse alla costruzione della strada di guerra da Mori a Brentonico fin quando, nell’ottobre 1915, truppe italiane occuparono il capoluogo dell’altipiano. In successione la compagnia lavorò alle costruzioni di difese in Val di Gresta, alla linea difensiva verso lo Stivo e gestì la funivia che saliva da Vignole presso Arco verso S. Barbara. Sul Monte Creino e Monte Biaena si costruirono postazioni d’artiglieria e caverne, si scavarono camminamenti e trincee. A metà dicembre 1915 venne spostata verso Trento e addebita a nuove mansioni.

Compagnia Vallarsa

A metà maggio 1916 questa compagnia partecipò insieme a quelle di Imst, Glurns, Gries, Kufstein e Meran I all’offensiva di maggio, detta anche “Strafexpedition”, partecipando alla riconquista austro-ungarica di Mori.

Standschützen-Bataillon Brixen

Il Bataillon Brixen venne riunito per la prima volta venerdì 28 agosto 1914 partecipando a una messa in Piazza Duomo cui seguì il giuramento.

Il 19 maggio 1915 ricevette l’ordine di mobilitazione, il 20 maggio, dopo una messa solenne, si fece un secondo giuramento. Nello stesso giorno si mise in marcia verso la stazione ferroviaria di Bressanone da dove partì in treno per la “Etschtalsperre”. Arrivato nei pressi di Rovereto, il Battaglione occupò la zona di Isera e in special modo le alture tra l’Adige, Asmara e Foianeghe, fino ai pendii a sud di Lenzima, dove nei mesi successivi non si ebbero combattimenti di rilievo.

“E in questo punto deve esserci un errore nel libro di Cletus Pichler quando colloca il Battaglione Bressanone per la fine dell’agosto 1915 sull’altipiano di Lavarone che a mio avviso rimane nei pressi di Rovereto. Il Battaglione menzionato dovrebbe essere quello di Vipiteno.”

A metà ottobre 1915 si registrano tre compagnie in prima linea e una in riserva nelle retrovie, nei pressi di Isera. Dopo l’offensiva austriaca del maggio 1916, il battaglione ormai ridotto a due compagnie fu comandato nelle posizioni di Mori e agli avamposti di Sano, Tierno e alla chiesetta di S. Marco, che erano sotto il frequente e fastidiosissimo tiro delle artiglierie italiane, rimanendovi fino alla fine d’ottobre 1916. Contemporaneamente fu occupata anche Mori Vecchio e la prima parte delle trincee che salgono da Mori Vecchio verso il monte Nagià.

Dopo un periodo di riposo e la permanenza prolungata in Vallarsa il battaglione ridotto oramai a una compagnia, agli inizi dell’inverno 1917/18 tornò nella sezione di Mori. L’8 di gennaio 1918 troviamo la Standschützen-Kompanie Brixen aggregata allo XX Corpo d’armata. Nell’estate del 1918 la compagnia fu unita con quelle di Chiusa e Vipiteno, anche loro oramai ridotte alla forza di una compagnia, sotto il nome di Gruppo Val d’Isarco (Standschützengruppe Eisacktal). Dopo una permanenza sopra il Lago di Ledro si ha solo una notizia di rilievo dei Brissinensi, il 15 luglio 1918, quando partecipano alla conquista del Doss Alto di Nago che andrà perso di nuovo il 4 agosto, ma questa è un’altra storia.

Di un certo interesse è la nota di Anton Mörl nel suo libro “Die Tiroler Standschützen im Weltkrieg”, che specifica che nella 1. compagnia (Bressanone Città) fece servizio Alois Kreidl, uno dei tiratori più affidabili di tutto il Tirolo.

Standschützen-Bataillon Kitzbühel

Il Bataillon Kitzbühel all’inizio della guerra parte per l’Altipiano di Lavarone e arriverà alla fine di marzo 1916 sulle alture a nord di Mori. Qui la 1a compagnia occupò gli avamposti sul Monte Nagià,

Bassorilievo indicante il Standschützen Baon Kitzbühel. Foto Francesco Silli, Mori

la 2a compagnia il Monte Faè. La 3a quelle intorno a Manzano, in Val Gresta sopra la Valle di Loppio e in fine parte delle trincee che scendono verso Mori Vecchio.

A metà maggio 1916 la 2a compagnia fu trasferita prima sul pianoro di Lenzima per poi finire a luglio come guarnigione al Forte Valmorbia.

Il 1° agosto 1916 il Battaglione fu sciolto a sorpresa, la prima e terza compagnia unificate e la seconda assegnata a un’unità di retrovia. Per la fine di settembre 1916 si ha notizia della ricostruzione del Kitzbühel, ma solo in forza di compagnia, che agli inizi di ottobre ritornerà nelle posizioni ben note sul Monte Nagià.

A parte due brevi soggiorni, uno a Ravazzone (dicembre 1916 / gennaio 1917) e l’altro a Besenello (febbraio 1918), il Kitzbühel rimarrà sui pendii sopra la Valle di Loppio tutto il 1917 fino a Pasqua del 1918. Agli inizi di aprile 1918 anche questa compagnia venne unificata con quelle di Kufstein, Rattenberg e Zillertal nella Standschützen-Formation Nord-Osttirol. In giugno avvenne un’ulteriore riduzione sotto il nuovo nome di Standschützen-Gruppe I.

A fine settembre 1918 il Landsturmbataillon Nr. 4 andrà a sostituire la compagnia Kitzbühel che venne comandata a Lana nei pressi di Merano per fare legna in Val d’Ultimo.

Standschützen-Bataillon Reutte I

Io Standschützen-Bataillon Reutte I fu formato nel Maggio 1915 su tre Compagnie, mandato dapprima sull’altipiano di Lavarone fino alla fine del marzo 1916, dall’aprile 1916 fino agli inizi del 1918 andrà a integrare le unità combattenti sul fronte dell’Adige (Etschtalsperre) per finire la Grande Guerra sulle cime del Tonale.

Raggiunse le postazioni sulle pendici sud del monte Faè sopra Ravazzone e Mori passando da Calliano, Volano e Isera. Il 15 luglio 1916 il Battaglione subì la riduzione su una sola Compagnia. Dal dicembre 1916 a tutto l’anno 1917 occupò gli avamposti e le trincee più a est, tra il Piantino e il monte Nagià, sopra il Paese di Loppio. Dall’aprile 1918 fu impiegato sui Monticelli sopra il Tonale dove dovette resistere a ripetuti attacchi italiani. L’8 giugno la compagnia fu unita alla K. K. Standschützen-Kompanie Reutte II col quale concluderà la guerra in zona Tonale.

Conclusione – Bibliografia – Ringraziamenti

L’esistenza di Bersaglieri trentini fu per lungo tempo taciuta o ignorata sia dalle autorità di allora, ma anche da scrittori e pubblicisti a nord e a sud del Brennero per motivi nazionalistici e solamente da una ventina d’anni si inizia a sollevare il velo su una realtà vissuta.

È difficile trovare informazioni di unità trentine all’archivio di Innsbruck o Vienna, i quali a loro volta fanno presente, con tanto di ricevuta alla mano, che come conseguenza del trattato di Saint-Germain, nell’autunno 1919 tutti gli atti riguardanti i Trentini tirolesi furono consegnati in più carrozze ferroviarie alle autorità italiane. Purtroppo a tutt’oggi nessuno sa, dove siano andati a finire.

Termino, affermando che i Bersaglieri del Trentino avessero meritato molto più rispetto dalle autorità militari e civili di allora come pure in un passato recente, ma adesso sta cambiando, e lo si vede anche nel comportamento degli Alpini di Mori.

Bibliografia:

Joly Wolfgang, Standschützen

Marco Ischia, La tradizione degli Schützen nella Vallagarina

Archivio Mederle, Bressanone

Lorenzo Dalponte, I Bersaglieri tirolesi nel Trentino

Siro Offelli, Le armi e gli equipaggiamenti dell’esercito Austro-Ungarico

Aldo Forrer, Guida lungo li fronte austro-ungarico e italiano

Anton Mörl, Die Tiroler Standschützen im Weltkrieg

Cletus Pichler, Der Krieg in Tirol

Österreich-Ungarns letzter Krieg

Ringraziamenti:

Provincia Autonoma di Trento

Comune di Mori

Gruppo A.N.A. “Remo Rizzardi” di Mori

Gruppo Storico Trentino

Museo Storico della Guerra di Rovereto

Kaiserschützen Tirol

Foto:

Archivio Mederle, Brixen

Familie Lusser, Brixen

Francesco Silli, Mori

Kriegsarchiv Wien




LOPPIO

RONZO CHIENIS

PANNONE E VARANO

VALLE SAN FELICE

MANZANO E CORNIANO

NOMESINO

LOPPIO

Loppio contava 142 abitanti nel 1993 e 154 nel 2001, dei quali parte residenti sul comune catastale di Valle San Felice e parte su quello di Mori. Da qualche decennio Loppio ha assunto l’aspetto di paese, mentre in precedenza era costituito dal grande Palazzo dinastia dei Castelbarco con annesse le abitazioni dei loro dipendenti e ”manenti” o mezzadri.
Attorno al palazzo vi era un grande parco, che comprendeva il Lago di Loppio, mentre le vaste proprietà agricole e boschive dell’antica famiglia si estendevano verso la Val di Gresta, verso Mori e su quel di Brentonico.
A Loppio sono stati rinvenuti reperti d’epoca tardo-romana e recentemente sull’isola di S. Andrea, che si erge in mezzo all’ex lago di Loppio, sono stati rinvenuti, e si stanno tardo ancora scavando, resti di edifici-romani o d’epoca barbarica.
Sull’isola fu consacrata nel 1138 una Chiesa dedicata a S. Andrea; tale data è la più antica a noi nota riguardante Gardumo.
Sul dosso di Castelverde, che sovrastava il lago di Loppio, vi era il ”Castrum Vetus”, antica residenza dei Signori di Gardumo.
Gardumo comprendeva la Val di Gresta, il Piano di Loppio e il Lago di Loppio, detto anche Lago di Sant’Andrea.
Quei signori probabilmente edificarono nei pressi del ”Castrum Vetus” e del lago la prima ”casa murata”, dove prima si sviluppò il palazzo di Loppio.
Nel 1324 gli ultimi Signori di Gardumo vendettero ad Aldrighetto di Castelbarco tutte le loro proprietà che comprendevano il ”Castrum Vetus” e la campagna di Loppio.
Da allora Loppio restò per secoli proprietà dei Castelbarco.
Ai piedi del dosso di Castel Verde vi erano antiche case abitate da ”manenti” dei Castelbarco chiamate i Citerini; l’abitato distrutto durante la Prima guerra mondiale, non venne più ricostruito; a meridione della statale per Riva si trova anche il Casom, bella cascina di tipo lombardo, posta di fronte al Palazzo Castelbarco.
Dal 1171 abbiamo notizia della millenaria causa fra le comunità di Brentonico, Mori, Nago e Gardumo per i diritti e le proprietà nella Bordina, che è il costone boscoso settentrionale del Monte Altisssimo.
Troviamo citato Loppio per la prima volta in un documento del 1256.
Le prime notizie di una sede castrobarcense a Loppio risalgono al 1389.
Dopo l’acquisizione dei quattro Vicariati i Castelbarco ricostruirono ed ampliarono il palazzo di Loppio, che elessero a sede dinastiale.
Nel 1703 il palazzo venne incendiato dai francesi del generale Vandome.
Ricostruito nel 1715 divenne una delle più belle ed importanti residenze nobili del Trentino.
Vi si trova l’archivio castrobarcense contenente i documenti della dinastia e delle giurisdizioni di Gresta e dei Quattro Vicariati, quasi totalmente disperso durante la Prima Guerra Mondiale il palazzo, posto nel mezzo del fronte italo-austriaco, venne saccheggiato e distrutto.
Dopo la guerra i Castelbarco ricostruirono solo una parte del vasto complesso e presso la chiesa vennero sistemate alcune arche castrobarcensi, fra cui quella dell’ultimo signore di Rovereto.

IL PALAZZO CASTELBARCO DI LOPPIO

Lungo la strada che dalla Vallagarina porta al Lago di Garda vi è il paese di Loppio, costituito da alcune case attorno ad una grande villa signorile; più avanti la strada fiancheggia l’alveo selvaggio dell’ex lago di Loppio fino al passo di San Giovanni.
La villa è ciò che oggi rimane del grande palazzo dinastiale dei conti Castelbarco-Visconti, in gran parte distrutto durante la Prima guerra mondiale.
Nella zona sono stati rinvenuti reperti d’epoca tardo-romana, particolarmente sull’isola di S.Andrea, situata nel mezzo dell’ex lago di Loppio.
Sull’isola fu consacrata nel 1138 una chiesa dedicata a S.Andrea; tale data è la più antica riguardante Gardumo.
Nel 1654, dopo l’estinzione della potente famiglia Madruzzo, i Castelbarco di Gresta ottennero la giurisdizione dei Quattro Vicariati; in quel tempo l’edificazione del grande Palazzo di Loppio, che doveva diventare una dimora degna della rinnovata potenza Castrobarcense; esso sorgeva sul territorio di Gresta, ma presso il confine con le giurisdizioni di Mori e di Brentonico.
Nel 1703 il Palazzo venne incendiato e distrutto dal generale Vedome nel corso della guerra di successione spagnola.
Venne poi ricostruito da Giuseppe Scipione, marito di Costanza Visconti ed assunse le dimensioni imponenti di una delle maggiori dimore dinastiali del Trentino.
Esso aveva una sessantina di stanze e vi erano la biblioteca e l’archivio castrobarcensi con i documenti provenienti dai castelli di Brentonico, Avio e di Gresta, riguardanti la famiglia Castelbarco e le giurisdizioni dei Quattro Vicariati e di Gresta.
Il conte Carlo Ercole costruisce nel 1818-20 la bella chiesa neoclassica dedicata al SS. Nome di Maria e bonificò le vaste proprietà che occupavano il piano di Loppio ed i fianchi del Monte Baldo e della Val di Gresta.
Al centro vi era il grande Palazzo dinastiale e ad esso collegati vi erano altri vasti edifici di servizio; nei dintorni si estendevano splendidi giardini, dei quali rimangono i ruderi della grande esedra barocca, del Kaffeehaus, dell’Orangerie o limonaia e di altri edifici.
Anche il Lago di Loppio faceva parte del parco del Palazzo con edifici di svago per i conti, con una peschiera, ponticello e altri manufatti.
Il vasto Piano di Loppio, bonificato, era una ricca campagna .
Lungo il Cameras, emissario del lago, che correva in galleria nel suo primo tratto, vi erano alcuni mulini castrobarcensi.
Venne bonificata con splendidi terrazzamenti, anche la campagna di Peal ”Giardino delle Esperidi”, e la campagna del Piantino, sui fianchi della Val di Gresta.
Tutta la grande proprietà castrobarcense, da Mori fino a passo San Giovanni, era ordinata come una novella ”Arcadia”, il cui centro era il grande Palazzo; la chiesa neoclassica di Loppio e le chiesette di San Antonio (1666) e di San Rocco (1680) si stagliavano nel mezzo delle campagne e dei giardini come templi antichi.
Durante la Prima guerra mondiale il Palazzo si trovò esattamente sulla linea del fronte e venne saccheggiato e bombardato dall’esercito austro-ungarico e da quello italiano.
Nel dicembre del 1915 Cesare Battisti, irredentista arruolato nell’esercito italiano, si avventurò tra i ruderi salvando quanto era rimasto del prezioso archivio castrobarcense.
Dopo la Prima Guerra Mondiale i Castelbarco ricostruirono solo una parte del grande Palazzo, e cioè l’attuale Villa Castelbarco e alcune dipendenze oggi abitate da altre famiglie.
Il campanile della chiesa conserva i fori dei proiettili, in memoria della guerra; a Loppio vennero inoltre portate le ”arche” dei Castelbarco provenienti da Avio e da Rovereto.
Quanto oggi è rimasto testimoniato in minima parte l’ordinata bellezza e lo splendore di Loppio e del suo Palazzo ammirati da viaggiatori e da letterati nel diciottesimo e diciannovesimo secolo.

I DIALETTI DELLA VALLE

Nella Val di Gresta si possono distinguere tre parlate, caratterizzate da sottili differenze, non sempre oggi chiaramente percettibili.
La parlata di ognuno dei sette paesi si differenziava inoltre un tempo da quella dagli altri per particolari in verità oggi difficilmente evidenziabili.
Qualche minima diversità si può inoltre talora riscontrare nei diversi gruppi familiari, ma spesso essa è dovuta ad accidenti assolutamente recenti e non importanti per l’insieme della comunità.
Tralasciando allora l’analisi di tali eccessive differenziazioni, consideriamo solo le tre principali parlate caratterizzano il dialetto della Val di Gresta: l’una è usata a Ronzo e Chienis, presenta caratteri più arcaici e simili, per alcuni versi, alle parlate dell’alta Val del Sarca o del circondario di Trento; l’altra è usata a Pannone, Varano (dove la parlata è  mista con la precedente), Manzano e Nomesino, è simile da un lato a quelle usate nella Destra-Adige (Vallagarina) e d’altro canto sembra presentare qualche elemento della ”Busa” di Arco e presenta talora alcuni arcaismi; la terza parlata è quella usata a Valle San Felice, che è simile alla seconda, ma sembra presentare alcuni elementi riscontrabili a Mori ed in alcuni paesi della Bassa-Vallagarina.
”I salmi del Signoredio: 150 salmi nel dialetto della Val di Gresta”, tradotti da Iginio Gentili con un gruppo pastorale di Valle San Felice, rappresentano la principale opera letteraria scritta nella parlata della Val di Gresta; essa venne pubblicata a Trento nel 1981.
Mori è apparentemente un abitato unitario, ma presenta in realtà la complessa situazione dovuta alla presenza di diverse ”ville” o paesi, ognuno con una propria antica tradizione ed individualità culturale.
Esistevano fino a qualche decina di anni fa, a detta dei più anziani, anche varietà dialettali, distinguibili fra le diverse ville.
Oggi sopravvive solamente una differenza di cadenza a Besagno, ma appena percettibile; non sono più evidenziabili altre particolarità o differenze nella parlata delle diverse frazioni, nemmeno dall’orecchio più esperto.
Si ascoltano invece ancora talune differenze tra la parlata di Mori e quelle di Val di Gresta, anche se esse non sono importanti e tendono progressivamente a scomparire.

Tratto da ” Conoscere la storia e i territorio
di Mori – Val di Gresta” relatore Dott. Alessio Less




NOMESINO

RONZO CHIENIS

PANNONE E VARANO

VALLE SAN FELICE

MANZANO E CORNIANO

NOMESINO

LOPPIO

La porzione più orientale della Val di Gresta è occupata dal territorio del comune catastale di Nomesino, la cui superficie è di 239,1620 ettari. Esso si protende come un grande triangolo irregolare ad est del paese dalle alture che sovrastano Lenzima alle rocce che sovrastano Mori. A prima vista appare come un ripido ed impervio costone, ma in esso sono invece presenti diverse “buche” o vallette e piani di fertilissima campagna ed inoltre i pendii coltivabili sono fittamente terrazzati. Oggi tale ricca campagna è in gran parte abbandonata e poche persone coltivano la terra per lo più a tempo parziale. Prevale il pendolarismo con la Vallagarina per l’impiego nell’industria e nel terziario; simile situazione si riscontra anche a Manzano.
Nomesino si sviluppò verosimilmente su una villa o proprietà d’epoca romana; discosta su di un vicino dosso sorse la chiesa di San Martino (1220), attorno alla quale si prolungò l’abitato, assumendo il disegno a triangolo isoscele. Dopo le distruzioni della Grande Guerra venne aperta l’attuale piazza.
Troviamo citato per la prima volta il paese nel 1220. Al censimento del 1339 contava 20 fuochi. Nel 1914 contava 242 abitanti, nel 1993 ne contava 113 e nel 2001 sono 103.
Nomesino, Manzano e Corniano sono molto ricchi di reperti d’epoca romana e vi si trovano reperti anche delle epoche precedenti. La principale località dal punto di vista archeologico e storico è il vasto dosso su cui sorgeva l’antichissimo castello di Nomesino, ma reperti si sono trovati in altri luoghi fino a Zele.
Nomesino, con gli altri due villaggi, ha sempre fatto parte della pieve e poi parrocchia di Gardumo.
Nel 1358 le proprietà dei Castelbarco vennero divise nella giurisdizione e signoria di Gresta ed in quella di Nomesino-Albano, che comprendeva Mori, Manzano, Nomesino e Corniano.
Il castello di Nomesino venne conquistato e distrutto da Venezia nel 1440. Manzano e Nomesino, conquistati da Venezia, passarono sotto il capitanato di Rovereto fino al 1531. Da tale data vennero aggregati alla giurisdizione di Castelecorno-Isera, governata dai Baroni Liechtenstein.
Manzano e Nomesino rimasero pertanto apparentemente separati dalla Val di Gresta, ma in realtà mantennero sempre un rapporto strettissimo con gli altri paesi di Gardumo, con i quali formarono il comune di Pannone sia in epoca napoleonica che, recentemente, dal 1924 fino all’unione con Mori, avvenuta nel 1971.




MANZANO E CORNIANO

RONZO CHIENIS

PANNONE E VARANO

VALLE SAN FELICE

MANZANO E CORNIANO

NOMESINO

LOPPIO

MANZANO E CORNIANO

Il territorio di Manzano presenta un’area abbastanza regolare che circonda il paese ed una lingua di terra, che si allunga ad est del Monte Biaena; mentre la prima porzione di territorio ha per centro Manzano, la seconda sembra avere per centro Corniano, antico paese di Gardumo abbandonato o disabitato fra il quindicesimo ed il sedicesimo secolo dai propri abitanti che secondo la tradizione si sarebbero trasferiti a Manzano.
La superficie del comune catastale è di 457.8854 ettari; nella sua parte più bassa, che sovrasta Mori, si coltivava il gelso e la vite; invece nella porzione più a monte, antistante il Monte Biaena, vi erano due o tre malghe, le uniche conosciute della Val di Gresta ed usate fino ad epoca recente.

Chiesa di Sant’Antonio Abate

Le chine coltivabili sono fittamente terrazzate, come si può oggi ancora vedere, nonostante l’abbandono della campagna; esisteva inoltre sulla costa sovrastante il paese un antico sistema di canalizzazione dell’acqua, non solo per l’irrigazione, ma anche per evitare la formazione di frane.
Queste opere sembrano come il territorio di Manzano, a quello di Nomesino, in passato estremamente curato e regolamentato anche da piccole comunità come queste.
Il paese si trova citato per la prima volta nel 1212.
Nel 1339 contava 16 fuochi.
Nel 1914 aveva 251 abitanti, nel 1993 ne contava 122 e nel 2001, 117.
Le vicende storiche di Manzano sono simili a quelle di Nomesino e simili sono anche le recenti vicende socio-economiche.
Giace sul territorio di Manzano lo storico Castello di Nomesino, distrutto da Venezia nel 1440.
L’abitato di Manzano è costituito da due nuclei originari, uno posto ad ovest e più a valle e forse piu antico e l’altro sviluppato attorno alla chiesa di San Antonio Abate, costruita nelle forme attuali nel 1537 su strutture più antiche; essa è chiesa parrocchiale dal 1960.
Fra le due parti di paese vi era il palazzo signorile della famiglia Vittori, con orto e giardino ed una filanda.
Esso è stato danneggiato durante la Grande Guerra e ne è stata ricostruita solo una parte, già in sede della canonica, del comune e delle scuole elementari e che oggi è casa sociale.
Fino al 1915 nei pressi del paese funzionò un mulino idraulico.
Nella località di Sorasana ed in Nagustel, verso il SOMATOR vi sono alcune case di residenza estiva, che quasi formano un villaggio turistico. Recentemente sono state restaurate e nuovamente abitate in tenuta anche alcune case di CORNIANO.
Questo paese è citato nei documenti del 1246 e del 1259.
Nel 1339 contava 23 fuochi.
L’antica chiesa di Sant’Agata, un gioiello dell’architettura romanica ed uno dei monumenti più interessanti della Val di Gresta e del Comune di Mori, era cimiteriale e da essa provengono pietre del 9° secolo.
Non si trova più traccia nei documenti dell’abitato di Corniano dal sedicesimo secolo.




VALLE SAN FELICE

RONZO CHIENIS

PANNONE E VARANO

VALLE SAN FELICE

MANZANO E CORNIANO

NOMESINO

LOPPIO

Il paese di Valle San Felice era chiamato in passato semplicemente Valle oppure Valle di Gardumo, mentre San Felice era la chiesa parrocchiale di tutti i paesi di Gardumo. Dal diciottesimo secolo sempre più frequentemente Valle San Felice vennero ad identificarsi, fino alla stabilizzazione del nome nella forma odierna avvenuta qualche decennio fa, con il contributo di Luigi Gentili.
La chiesa dei SS. Felice e Fortunato di Gardumo, eretta presso Valle, è citata per la prima volta nel 1224. Il paese si trova citato per la prima volta in un documento del 1259.
Nel 1339 Valle contava 22 fuochi, nel 1914 contava 442 abitanti, con 84 di Loppio; nel 1993 ne contava 253 e nel 2001, 267.
La superficie del comune catastale è di 429,4554 ettari.
L’attuale paese di Valle San Felice deriva da alcuni abitati distinti, rimasti probabilmente tali fino al diciassettesimo secolo.
VALLE è l’abitato posto alla sinistra del Rio Gresta; esso a sua volta deriva probabilmente da due nuclei di case, uno posto ad oriente , dove ora c’è la piazza, e l’altro posto più ad occidente, verso l’antico mulino. L’ARI o LA RI è verosimilmente citato nel 1259; oggi l’abitato è chiamato anche Sant’Anna dalla chiesetta costruita nel 1561 ed è posto alla destra del torrente.
Su di un dosso isolato e ben visibile posto ad est di Valle nel mezzo della valletta che scende dal Biaena sorge la chiesa pievano e santuario di San Felice di Gardumo.
Ad oriente di San Felice esisteva un tempo l’abitato di Rinzom, posto lungo l’omonima acqua, che ha lasciato traccia nella tradizione; esso sarebbe stato travolto da una frana 1648.

Sul territorio del comune di Valle si trova il maso abitato del Piantino, già di proprietà castrobarcense.
Si trova inoltre una parte di LOPPIO, quella posta alla destra dell’attuale strada statale per Riva, che comprende il Palazzo Castelbarco.
Valle San Felice è stato il centro delle diverse comunità di Gardumo nel corso del medioevo, qui infatti, vi era la chiesa parrocchiale e qui risiedeva l’arciprete.
La chiesa di San Felice, ricostruita nelle forme attuali nel 1585 è il più importante edificio della Val di Gresta; contiene la splendida cappella di San Felice, edificata nel 1704 da Cristoforo Benedetti.
Il territorio di Valle San Felice appare come una sorta di trapezio irregolare esteso prevalentemente a valle dell’abitato; esso è occupato da terreno coltivabile in proporzioni maggiori di quello degli altri paesi; notiamo poi che stranamente, a differenza di altri comuni catastali, l’area boschiva si estende prevalentemente a valle, anzichè a monte del territorio: occupa, infatti, il vasto costone sovrastante il Lago di Loppio.
La terra è adatta a qualsiasi coltivazione per l’altitudine (dai 220 ai 700 mt.) e per la perfetta esposizione.
L’agricoltura specializzata in prodotti come gelso, vite, tabacco e ortofrutticoli, è stata in passato la principale attività economica.
Esistevano un tempo attività di trasformazione dei prodotti agricoli ed in particolare due filande e, in epoca recente, una macera-essiccatoio per il tabacco.

Alla scoperta del Santo Felice

Alla scoperta del santo che dato il nome all’abitato, si sono avventurati in quattro: Barbara e Piera Ciaghi, Vittorina Rizzi, Antonio Ciaghi.
Tre fratelli e un’amica che, quando si sono messi sulle tracce della storia del martire e della pieve, non pensavano che sarebbero stati letteralmente risucchiati dagli studi per quasi cinque anni.
“A darci l’imput – racconta Piera – è stato don Ruggero Delaiti, fino a poco tempo fa parroco di San Felice. Chiacchierando con lui ci siamo accorti che il passato dell’abitato e dalla sua valle erano misteriosi”.
La storia delal val di Gresta effettivamente è misteriosa ed è andata perduta nel tempo: “Gli archivi che c’erano finirono prima bruciati, nel 1703, per opera dei francesi, poi scomparvero quando durante la Grande Guerra gli austriaci occuparono la canonica”.
Da un breve studio, il loro lavoro è diventato un libro: “San Felice di Val di Gresta, che in passato prendeva il nome dalla famiglia che l’aveva dominata prima dei Castelbarco.
L’opera è in attesa di pubblicazione e gli autori non si sbottonano troppo sui contenuti. “Ci siamo basati su testimonianze orali – prosegue Piera – abbiamo parlato con gli anziani, raccolto i dati sulle sagre, le tradizioni, le pratiche di devozione, i miracoli attribuiti a San Felice, l’uso di toccare fazzoletti sull’urna cone le sue reliquie per darli ai malati, o di deporre gli ex voto nella cappella”.
Poi naturalmente scritti e manoscritti: biblioteche e archivi della Fondazione Bruno Kessler, testimonianze lasciate nei diari, i racconti di quando il principe vescovo volle aprire l’urna alla pieve di San Felice e vi trovò un corpo avvolto nella seta rossa, quello del martire , e disse che si trattava di reliquie autentiche. Ancora, la costruzione della cappella per opera di Cristoforo Benedetti, poi dipinta da Antonio Gresta di Ala, o i figli illegittimi che si scopriva avessero i sacerdoti che si recavano presso le spoglie del Santo. ” Ciò che raccontiamo nel nostro lavoro è la storia del governo ecclesiastico che nei secoli si evolve in parallelo a quella civile”.




PANNONE E VARANO

RONZO CHIENIS

PANNONE E VARANO

VALLE SAN FELICE

MANZANO E CORNIANO

NOMESINO

LOPPIO

PANNONE CASTEL GRESTA E VARANO

Per quanto riguarda l’origine del toponimo e del paese trova oggi sempre maggiori consensi l’ipotesi degli studiosi che ritengono Pannone, e quindi Gardumo, abitati da ”Pannoni”, scesi in Italia secondo Paolo Diacono con i Longobardi di Alboino. Si hanno notizie incerte di rinvenimenti preistorici mentre frequenti su tutto il territorio sono i rinvenimenti di epoca romana e tardo-romana, costituiti essenzialmente da monete, sepolture, embrici ed altri cocci. Incerti sono stati fino ad alcuni anni fa i reperti d’epoca barbarica quando presso la chiesetta di San Tome’ è stata rinvenuta una grande sepoltura d’epoca longobarda.
Il comune catastale di Pannone (mt 760) ha una superficie di 444.2653 ettari e si estende dai 220 mt di Nago, ai 1200 mt di Brugnolo ed ai 1285 mt. sulla dorsale del Biaena.
Il paese è posto su un vasto piano di campagna, solcato profondamente dal Rio Gresta e chiuso a sud dalle alture del Castel Gresta e ad est dal fianco boscoso del Monte Biaena.
Ad occidente l’altopiano di Castellano di Pannone guarda verso il Lago di Garda e si protende fino a Nago con una larga costa ovale coltivata, dove la tradizione localizza i paesi scomparsi di San Tommaso e più in alto di Corte, posti, come Pannone, lungo l’antica strada romana che dal Lago di Garda portava alla Destra-Adige. Pannone divenne il paese centrale di Gardumo dal quattordicesimo secolo perchè nelle sue vicinanze c’era Castel Gresta, dimora dei signori di Castelbarco e sede della giurisdizione di Gresta.
Nei primi decenni del sedicesimo secolo visse nel castello Nostra di Castelbarco, figlia del barone Nicolò, ricordata per la sua triste storia d’amore con un giovane dei Madruzzo, che erano i signori di Brentonico e nemici della sua famiglia.
Il castello fu conquistato e incendiato dai francesi di Vandòme nel 1703. Da allora la sede del giudice di Gresta fu a Pannone e nel paese si riunivano inoltre i massari o sindaci dei cinque comuni della giurisdizione, Ronzo, Chienis, Varano, Pannone e Valle, per deliberare sulle iniziative di interesse comune.
Al 1758 risale il primo statuto conosciuto, “Estratto del pubblico governo economico della comunità di Pannone” e al 1768 “l’Estimo generale dell’onoranda comunità di Pannone”. L’istruzione elementare obbligatoria venne introdotta verso il 1780. Durante il regno napoleonico d’Italia le cinque comunità di Gresta con Manzano e Nomesino costituirono il grande comune di Pannone, che ripropose così l’originaria unità amministrativa dell’antica pieve di Gardumo. Esso venne sciolto al ritorno degli Austriaci e si ricostituirono i sette o sei comuni precedenti.

Nell’Ottocento

Il nuovo piccolo comune di Pannone comprendeva nell’800 due frazioni, Varano e il Molino, ed inoltre due masi abitati, Naranch e Campedello; esso era il comune più popolato della Val di Gresta.
Il Molino è un abitato posto ad est del paese presso l’antico ponte sul Rio Gresta dove c’erano due o tre mulini dei quali fino a qualche decennio fa ne restò in funzione uno, che ancora oggi conserva la macchina idraulica; vi era inoltre una segheria e poco più a valle un’antica fucina con il maglio idraulico, che ancora oggi è funzionante; più a valle, in Pile, c’era un altro piccolo mulino.
A Castellano ed a San Tomè , dove si trova l’antica chiesta romanica di San Tommaso, vi erano diverse “casote” che servivano da stalle o deposito di campagna, ma non erano abitate.
Sul “Dos del saltèr” stazionava all’epoca dal raccolto una guardia campestre. Nei paraggi passava inoltre il famoso e romantico brigante Mariamoro, del quale si raccontavano nei filò le avventure e le malefatte.
Nel 1843 vennero liquidate le antiche giurisdizioni feudali ed anche Pannone e Varano furono inseriti nell’amministrazione tirolese e furono inclusi nel Giudizio distrettuale di Mori, rimase in attività fino al 1923.
I Castelbarco vendettero ad alcune famiglie benestanti del paese le loro residue, proprietà salvo il cocuzzolo del castello con i ruderi e la cappella dei Signori.
La disposizione geografica e la qualità delle campagne di Pannone permettevano un’agricoltura varia ed anche remunerativa con il gelso e il tabacco.
Le famiglie di Pannone dovettero godere di un certo benessere se verso la metà del secolo poterono permettersi la costruzione di un nuova, grande chiesa, dedicata ai santi Filippo e Giacomo, edificata fra il 1853 e il 1866, benedetta il 24 marzo 1867 e consacrata il 26 ottobre 1881. Il completamento e l’abbellimento della chiesa venne continuato per tutti quegli anni ed inoltre fu costruito un campanile, che all’epoca era il grande della valle.
C’erano a Pannone anche alcune famiglie benestanti, vi abitava il medico condotto di Val di Gresta, che gestiva l’armadio farmaceutico, c’era il curato e c’era la scuola elementare con due aule, che accoglievano gli alunni di Pannone e Varano.
C’erano inoltre artigiani, osti e panificatori.
A Varano vi era una fabbrica di coppi e inoltre si ricorda la fabbricazione artigianale dei chiodi.
Nel 1880 venne costruito alle Dosse il Forte (Blockhaus-Pannone) dipendente dal comando militare di Riva; Certamente anche questo nuovo cantiere determina un beneficio economico.
L’agricoltura, con il piccolo allevamento del bestiame, tuttavia l’attività economica prevalente. Nel 1854 l’abitato di Pannone contava 48 case e quello di Varano ne contava 14.

IL CASTELLO DI GRESTA

Aldrighetto, Giordano e sua moglie Nicca, Signori di Gardumo vennero investiti, nel 1225 dal Vescovo Gerardo, del ”dosso” di Gresta per costruirvi un castello.
Vi costruirono cosi negli anni successivi il Castello di Gresta, posto a sud del piano di Pannone nel mezzo della Val di Gresta che in gran parte dominava a vista e che dal castello prese poi il nome.
Nel secolo successivo il castello passò ai Castelbarco e divenne sicuramente loro feudo nel 1324.
Antonio Castelbarco, signore di Gresta, fu alleato di Venezia nel corso del quindicesimo secolo; ma nel 1497 accettò l’infeudazione di Massimiliano d’Asburgo, conte del Tirolo e da allora la giurisdizione di Gresta restò tirolese fino alla sua estinzione nel 1843.
Nel 1507 Massimiliano armò e fortificò il castello e nel marzo del 1508 i veneziani tentarono di depredare i paesi di Gresta: ‘‘ e andando tremila fanti dei loro ad ardere certe ville del conte d’Agresto, furono messi in fuga dai paesani, e mortine circa trecento ” (Guacciardini, Storia d’Italia).
Ma a Pasqua dello stesso anno il castello venne bombardato e conquistato da tre compagnie della Serenissima guidate da Giovan Battista Caracciolo, dal capitano Dionisio Brentonico e dal generale Emo.
Nel 1509 Niccolò di Castelbarco tornò in possesso del castello dopo la sconfitta di Venezia ad Agnadello.
Nel sedicesimo secolo barone Niccolò di Gresta fu l’unico sopravvissuto dell’antica famiglia Castelbarco e inizio il secolare causa contro il principe vescovo di Trento per recuperare i beni dei suoi avi ed in particolare i Quattro Vicariati; essi vennero invece infeudati alla famiglia dei principi-vescovi Madruzzo.
Nostra di Castelbarco, figlia del barone Niccolò, s’innamorò di un rampollo dei Madruzzo, nemici della sua famiglia a causa della lite per i Quattro vicariati.
Il padre ed i fratelli di Nostra osteggiarono l’amore dei due giovani e si oppongono al loro matrimonio.
Allora Nostra tentò il suicidio gettandosi dalla rupe del castello; tuttavia si salvò.
Era stata promessa sposa al conte Vinciguerra d’Arco che non volle nemmeno conoscere; ma dopo il tentato suicidio aveva, pentita, raggiunse Vinciguerra, che deluso aveva cercato la morte in battaglia in Lombardia ed era stato ferito gravemente. Alla fine Nostra e Vinciguerra si sposarono nella chiesetta di Caneve d’Arco dove un graffito ricorda la cerimonia nuziale.
Nel 1654 i Castelbarco di Gresta ottennero i Quattro Vicariati e ben presto si trasferirono nel nuovo Palazzo di Loppio; l’antico castello rimase la sede della giurisdizione.
Nel 1703 il castello venne incendiato dalle truppe del generale francese Vendome nel corso della Guerra di successione spagnola.
Il castello non venne più ricostruito e con l’andare degli anni si diroccò sempre di più fino a raggiungere il degrado odierno; nel bosco infatti riusciamo ad intravedere solo pochi ruderi, imponenti ma pericolanti.
Nel 1880-81 venne costruito un forte austriaco su un’altura nei pressi del castello, a conferma dell’importanza strategica del luogo.




RONZO CHIENIS

RONZO CHIENIS

PANNONE E VARANO

VALLE SAN FELICE

MANZANO E CORNIANO

NOMESINO

LOPPIO

Relatore: Dott. Alessio LESS

RONZO. Pra da Lach e Bordala

I rinvenimenti preistorici e d’epoca romana sono stati sporadici; sono state invece rinvenute in passato diverse sepolture ”Barbariche” e alto-medioevali; a tale epoca dovrebbe risalire il cosiddetto Castello di Ronzo, forse di epoca longobarda, che sorgeva nei pressi dell’antico laghetto di Pra da Lach e del vasto Gaz.
L’attuale abitato di Ronzo si sviluppa da otto o piu’ raggruppamenti di case, originariamente distanziati tra di loro, anche se di poco e separati da corsi d’acqua.
Vi erano buona esposizione, ricchezza di sorgenti e abbondanza di terreno pascolabile e coltivabile.
L’assetto edilizio di Ronzo è stato letteralmente sconvolto negli ultimi trent’anni.
Gli antichi nuclei di case a tipologia arcaica, che non erano stati modificati nel secolo diciottesimo e diciannovesimo, come nei paesi dove si praticava la bachicoltura, sono ora difficilmente distinguibili fra le ricostruzioni, i rifacimenti e le nuove case.
La stessa antica chiesa di San Michele, eretta a meta’ strada fra Ronzo e Chienis nel 1561 su una più antica, presente da tempo immemorabile, è stata amputata dell’abside negli anni ’50, dopo la consacrazione della nuova chiesa; vi sono ancora visibili affreschi del quindicesimo e del sedicesimo secolo.
E’ pregevole il campanile del sedicesimo secolo, che un tempo aveva la punta più aguzza.
Già curazia di San Felice di Gardumo, la chiesa di San Michele è diventata parrocchia il 26 giugno 1943.
Ronzo è citato per la prima volta in un documento del 1215 e poi nel 1256.
Nel censimento del 1339 contava 36 fuochi.
Nel 1854 aveva 360 abitanti, 421 nel 1910 e circa altrettanti nel 1914.
Al censimento del 1991 contava 572 abitanti.
La superficie dle comune catastale, il più vasto di Val di Gresta, è di ettari 739,7185.
Secondo la tradizione l’economia di Ronzo era più pastorale che agricola; la prevalenza della pastorizia perduro’ fino al secolo diciottesimo e diciannovesimo per l’importante presenza delle proprietà dei conti Castelbarco (Gombim, Casom, Bordala, Biaém), i quali preferivano abidire la proprie terre di alta montagna all’allevamento piuttosto che all’agricoltura.
Le condizioni economiche di Ronzo, come quelle di Chienis, migliorarono verso la fine del diciannovesimo secolo, quando i Castelbarco vendettero le proprie vaste proprietà, che vennero acquistate in gran parte dal comune di Ronzo e da quello di Chienis e ridistribuite ai censiti secondo l’antico uso di ”PART”, rese coltivabili.
Si diffuse inoltre in quegli anni la coltivazione degli ortofrutticoli, patata e cavolo-capuccio, che venivano commercializzati.
La scuola elementare presente dal 1786 è unica per Ronzo e Chienis, con sede a Ronzo.
La moderna cooperazione si sviluppò unitamente con Chienis: 1900 sorse la Famiglia Cooperativa e nel 1902-03 la Cassa Rurale di Ronzo-Chienis; sorsero poi il caseificio sociale, derivato dal turnario, ed altre cooperative minori.
A Ronzo esisteva un mulino, già proprietà castrobarcense, in funzione alla seconda guerra mondiale; esistevano inoltre una segheria, una fucina ed altre botteghe artigianali.
Progetti di sviluppo turistico risalgono al 1914, ma solo dopo il 1960 venne lottizzato a fini turistici un tratto di bosco e pascolo a monte del paese, nei pressi di Pra da Lach, e vi sorse l’omonimo villaggio turistico.
Dagli anni sessanta vennero inoltre attivate alcune strutture ricettive ed impianti di risalita nella cosiddetta Bordala Alta; il turismo rimane tuttavia essenzialmente estivo, a motivo del clima mite.

CHIENIS

Chienis è ricordato per la prima volta in un documento del 1236.
Nel 1339 contava 40 fuochi.
Nel 1854 contava 412 abitanti e nel 1914 circa 550; al censimento del 1991 contava 440 abitanti.
La superficie del comune catastale è di ettari 579,0994.
In passato fu uno dei comuni della Giurisdizione di Gresta; dal 1923 venne compreso nel comune di Pannone e dal 1971 forma con Ronzo il comune di Ronzo-Chienis.
Le vicende storiche e lo sviluppo dell’economia sono simili a quelle di Ronzo.
Non si ha notizia di importanti rinvenimenti archeologici, anche se alcune aree del territorio appaiono interessanti.
Recentemente è stato scoperto verso Castil un tesoretto di grandi bronzi romani.
Il primo antico nucleo dell’abitato è quello situato su un rilievo circondato da un’acqua, che scende dal Creino, e che costituisce il centro del paese; quelle case sono chiamate ”castello”.
Successivamente il nuvleo si sviluppò ad oriente verso il Rio Gresta, alla sinistra ed alla destra della predetta acqua e, più a monte, lungo la strada che portava a Ronzo e Varano.
Ne risulta un abitato unitario costituito da cinque nuclei o isolati contigui e collegati fra di loro.
Dopo il secondo dopoguerra prese avvio un forte sviluppo edilizio in tutte le direzioni e soprattutto lungo l’attuale strada provinciale.
Durante la Grande Guerra Ronzo e Chienis vennero quasi totalmente evacuati e sorsero importanti installazioni e manufatti militari, particolarmente sul Creino.
Assieme a Ronzo sono state intraprese le diverse iniziative cooperative.
Dopo la Grande Guerra venne in particolare costituito il Consorzio Ortofrutticolo che aveva un laboratorio per la confezione dei crauti a Loppio.
Intorno al 1930 l’iniziativa venne ripresa e venne costituito un piccolo stabilimento di trasformazione a Chienis.
Nel 1972 il consorzio locale si trasformò nel ” Consorzio ortofrutticolo della Val di Gresta”, allargato a tutta la valle.
Ricordiamo infine la presenza anche di Chienis di un piccolo mulino, già castrobarcense, in funzione fino alla prima guerra mondiale, la presenza di una segheria e di alcune botteghe artigianali.

SANTA BARBARA

Sulla sella posta tra il Monte Stivo ed il Creino sorse all’inizio della Prima guerra mondiale un grande baraccamento militare austro-ungarico, il più importante dei dintorni, nel quale vi erano soprattutto artiglieri, che dal Monte Creino cannoneggiavano le postazioni italiane del Monte Altissimo. Il villaggio era collegato ad Arco da una teleferica elettrica, che raggiungeva la cima dello Stivo; era sufficientemente distante dal fronte, essendo nella prima retrovia, ed era confortevole sia per la truppa che per gli ufficiali, i quali potevano scendere con gli sci dalla cima dello Stivo o cavalcare verso Castìl e Bordala; la cucina era ottima e le granate cadevano lontano.
Nell’autunno del 1915 il comandante del II Absch. Sig. Colonnello lorez Covin propose di edificare nel mezzo del campo militare un capitello dedicato a S. Barbara; esso venne progettato dal comandante di battaglione Sig. Capitano Eduard Frick in forma di granata, come un grande ex-voto; venne infine costruito dall’Unt.-Jager Alois Pieler. Quest’ultimo era figlio di un capomastro di Bressanone e nell’esercito era addetto alla costruzione dei manufatti militari in cemento armato.
Il capitello, decorato con rami di abete, venne inaugurato il 4 dicembre 1915, festa di S. Barbara, patrona degli artiglieri. Davanti ad esso si celebrarono le messe da campo e divenne il centro ed il simbolo del grande villaggio militare. Alois Pieler mori poco dopo l’inaugurazione del capitello, colpito proprio da una granata mentre con la teleferica scendeva dal Creino per trasferirsi ad un altro fronte. Conosciamo la vita dei militari nel grande villaggio militare di S. Barbara soprattutto attraverso il diario del tenente Felix Hecht.




Itinerario – da Manzano

Le trincee del Nagià Grom, rese percorribili grazie al lavoro di ripristino e pulizia della Sezione ANA di Mori, vennero costruite ad anello sulla parte sommitale del monte. Percorrendole è facile rendersi conto della cura con cui vennero realizzate, seguendo scrupolosamente le norme regolamentari.

Il loro andamento tortuoso doveva limitare gli effetti delle esplosioni; in molti tratti sono ancora visibili i punti di appoggio delle strutture di copertura e il gradino in pietra sul quale i soldati salivano per osservare e sparare.
Il percorso è semplice ed adatto a tutti, il dislivello è minimo ed il tempo di visita dell’intero campo trincerato è di circa 1 ora.
Attraverso un ripido ma breve sentiero nel bosco, si raggiunge la località “Busa delle anime” dove è possibile vedere i resti di una cisterna d’acqua che durante la guerra veniva alimentata attraverso tubazioni.
Nei pressi si scorge l’ingresso di uno dei numerosi depositi scavati in roccia presenti sul Nagià Grom, utilizzati per materiali, viveri e munizioni o come ricovero. L’ingresso di queste caverne era sempre protetto da una parete di cemento armato o da sistemi che impedivano che le schegge prodotte dallo scoppio di proietti di artiglieria e gli effetti d’onda d’urto penetrassero all’interno.
Dalla cisterna il percorso prosegue in direzione nord-ovest dove è visibile un basamento con dei supporti in cemento, destinati ad ospitare i generatori dell’energia elettrica che veniva poi diramata nelle varie postazioni.
Proseguendo all’interno di una trincea, dopo poche decine di metri ci si imbatte in una croce (dono di Bruno Dorigatti, restaurata dalla Croce Nera Austriaca) con una targa che commemora i caduti dei due eserciti.
Poco oltre, una seconda croce ricorda la morte di tre bambini di Manzano provocata dallo scoppio di residuati bellici.
La trincea prosegue sul versante occidentale in direzione sud; la vista si apre verso le pendici del monte Baldo e la parte settentrionale del Lago di Garda.
Dopo alcune decine di metri si raggiunge la zona delle cucine: il lavoro degli Alpini ha reso nuovamente visibili numerosi fuochi e i resti di un camino per anni nascosti dalla vegetazione e da cumuli di macerie.
Come tutte le aree destinate a servizi, anche per realizzare le cucine l’esercito austro-ungarico aveva scelto un terrazzamento addossato alla roccia orientato verso nord; in tal modo l’area risultava invisibile agli osservatori italiani situati sul Monte Baldo e difficilissimo da colpire con le artiglierie.
Foto aeree dell’epoca testimoniano che l’intera area era coperta da tettoie di legno.
I lavori di disboscamento hanno messo in luce anche un manufatto di grandi dimensioni adiacente alle cucine.




Itinerario – da Valle San Felice

È possibile visitare le fortificazioni del Monte Nagià Grom per due distinti itinerari che in parte si sovrappongono.
Il percorso consigliato dagli Alpini inizia dalla chiesa di Valle San Felice, dove si lascia la macchina.
Presa subito la mulattiera pianeggiante che costeggia il cimitero, dopo poco più di mezzo chilometro ci si incammina sulla sinistra per la Val Piole, con una strada forestale in mezzo al bosco.
Il sentiero inizia a salire e si incontra sulla destra una postazione che serviva a controllare l’accesso al monte.
Proseguendo si giunge ad un punto panoramico con panchina da dove si gode di un splendido panorama sulla piana di Loppio e su Sano.
Dopo pochi passi sulla sinistra si nota una galleria, chiusa perché evidentemente pericolosa.
Salendo ancora si prende sulla destra giungendo ad un avamposto scavato nella roccia, con alloggiamento per la truppa e postazione per mitragliatrice.
Ritornati sui propri passi si giunge alla Busa dei Scatirei, piazzale dal quale prendendo la strada sulla sinistra si giunge alla provinciale tra Valle San Felice e Manzano mentre sulla destra si può andare a Manzano per un sentiero.
Il nostro itinerario prosegue invece diritti nel bosco, dove dopo alcune curve, svoltiamo sulla sinistra e ci infiliamo in una lunga trincea che ci porta fin nei pressi della grande grotta che era adibita a magazzino. Salendo lungo il pendio sulla sinistra dopo un centinaio di metri si giunge sulla vetta del monte, dove ci sono i resti dell’osservatorio, circondato in tutte le direzioni da una fitta rete di camminamenti.
Dalla cima si scende verso la croce realizzata con una putrella risalente al periodo bellico.
Da qui si gode di una vista stupenda su Manzano e Nomesino, mentre si scorgono la chiesa di Pannone, di Santa Apollonia e Santa Agata a Corniano.
Appena ad est della croce inizia la trincea che corona la cima del monte, lasciata la quale si giunge alla grande grotta chiamata dai grestani “dell’Angelo” o ”dell’Aquila”, per l’effige apposta sull’ingresso della quale rimane solo un pezzo dell’ala.
Proseguendo si giunge ad una strada che in breve ci porta alla cisterna, ai resti del basamento del gruppo elettrogeno e a un rifugio nella roccia.
Questa zona è stata teatro di una tragedia avvenuta dopo la conclusione della guerra, negli anni Venti, quando le nostre montagne erano animate dai recuperanti, che raccoglievano tutto quello che i militari, in tanti anni di guerra, avevano abbandonato.
Tre bambini di Manzano, tutti di cognome Bertolini, trovarono una bomba e maneggiandola la fecero esplodere accidentalmente.
Nella disgrazia due bambini morirono mentre il terzo rimase gravemente ferito. Ritornati sui propri passi si scende giungendo ben presto alla strada provinciale che porta a Valle San Felice, nei pressi del capitello poco prima del bivio tra Manzano e Nomesino.
Di qui, scendendo per la stradina sulla sinistra, si ritorna dopo un chilometro alla macchina.
Un percorso alternativo, più agevole ma meno completo, inizia in corrispondenza del suddetto incrocio.
Di qui, invece che salire per il ripido sentiero usato per il ritorno nell’itinerario precedente, si può prendere la strada che fiancheggia il monte sulla destra, dove si può lasciare la macchina prima della stanga.
Ci si incammina per la comoda mulattiera fino alla Busa dei Scatirei, da dove si può proseguire con l’itinerario precedente.




Itinerario – Mori Vecchio

Arrivati nel paese di Mori si va nella parte vecchia, Mori vecchio, nei pressi dei campi sportivi da tennis, li nella zona si trovano anche alcuni parcheggi.
Poco sopra i campi da tennis sulla sx fronte all’entrata di un bar c’è Via della Lasta.
Percorsi circa 200 metri si trovano i cartelli segnavia per le trincee Nagià Grom.
Si giunge a un incrocio si va verso destra dove è visibile il cartello informativo sulle trincee e i segnavia.
Qui incomincia il sentiero che porta verso le trincee.
Dopo un breve tratto di strada boschiva si vede il segnavia sentiero delle trincee, un breve sentiero con scalini in legno, alla fine della scalinata ci si presenta la prima trincea e le prime postazioni.
È un susseguirsi di brevi tratti di sali scendi fra sentieri boschivi e in trincea.
Alcuni sentieri anche se brevi sono serviti da un cordino di sicurezza, che funge come corrimano.

Durante il cammino si può apprezzare il lavoro di recupero che è stato fatto da parte dell’associazione alpini di Mori, e l’opera di costruzione fatta durante la guerra dai soldati, si noterà anche come sia sempre ben visibile il paese di Mori, la valle i monti circostanti.

Si giunge a una scala di soli 5 gradini, per risalire un muretto, si arriva su di un sentiero si va a dx ci si trova di fronte all’entrata di una postazione.

L’ingresso non è molto agevole però ci si passa, l’interno a forma di U sono pochi metri da percorre, all’uscita ci si trova in una trincee.

Fine della trincea si prosegue su sentiero boschivo si arriva in un piano erboso dove è presente una postazione che domina la valle e i monti attorno.

Proseguendo si continua il cammino dentro una trincea dove ci sono postazioni e un paio di passaggi brevi sotto le rocce, (per me il tratto più bello) per facilitare il percorso è stata fatta una scale di circa 20 gradini in ferro con protezione esterna.

Alla fine di queste trincea si fa un tratto boschivo si passa sopra un ponte di legno per attraversare un piccolo torrente.

Si prosegue salendo su sentiero boschivo, fino ad arrivare su di un pianolo, c’è un paletto con segnavia bianco rosso.

Qui si può proseguire a sx (paletto segnavia)si prosegue lungo una trincea, se no diritti su sentiero boschivo si arriva nello stesso punto (io a sx).

Alla fine di questo tratto ci si trova in un piccolo piano boschivo.

Fronte a noi un sentiero boschivo che porta in direzione del paese di Manzano, si prosegue a sx segnavia con freccia gialla su sasso e una su albero (non sono ben visibili) da qui mancano circa 30 minuti per arrivare Nagià Grom, si sale su sentiero è boschivo, con tratti serviti da cordino di sicurezza, e una scala con 7 gradini in ferro.

Al termine di questo sentiero si arriva alla Busa dei Scatieri, 5 minuti di cammino e si è arrivata al caposaldo del Nagià Grom, punto d’arrivo dell’escursione, per continuare a visitare trincee, camminamenti, postazioni.

Rientro: Si percorre il sentiero dell’andata, oppure si può scendere fino al paese di Manzano, da Manzano si prendere il sentiero boschivo che porta al bivio con le trincee;

Difficoltà: E escursionistica (Scala delle difficolta’ in montangna);

Tempo percorrenza: La salita comporta un dislivello di 550 metri; la visita richiede circa 5 ore, compresa la salita e il rientro da Manzano a Mori Vecchio tramite il sentiero della Lasta.

Si raccomanda la massima attenzione, in quanto il percorso è attrezzato con scale e presenta alcune difficoltà.