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LA SORTE DEGLI SFOLLATI

Il mese di settembre fu quello della partenza. I profughi furono fatti salire su treni che da Rovereto, via Bolzano, raggiunsero Innsbruck, Salisburgo e poi Praga. Durante il viaggio, furono frequenti i prelevamenti coatti di uomini non arruolati, ma in grado di lavorare. Questo provocò l’ennesima frattura all’interno delle famiglie. I grestani furono smistati in località della Boemia, della Moravia o in grandi campi di raccolta, comeMitterndorf o Braunau am Inn. Alcuni abitanti di Valle San Felice furono fin da subito collocati a Mitterndorf, la città di legno.(5) Questi agglomerati sono descritti come “le prime forme di lager che si ricordino”(6). I profughi entrarono nelle baracche nonostante queste non fossero ancora completate e mancassero i servizi fondamentali. L’approvvigionamento militare fu affidato a una società che però, anche secondo un rapporto della Croce Rossa del febbraio1916, non tenne conto delle abitudini trentine e usò cibi marci, la soda per cuocere e solo latte in polvere e questo causò il manifestarsi di alcuni casi di tifo. A causa della denutrizione la mortalità infantile fu molto alta, il 47,5% dei deceduti trentini fra il giugno 1915 e il dicembre 1918, furono di età inferiore ai dieci anni.(7) Le autorità organizzarono le giornate in modo da renderle il più possibile uniformi, la vita era scandita da ritmi militari. Gli sfollati abili al lavoro furono mandati a lavorare nelle fabbriche dei dintorni, ricevevano una retribuzione simbolica. L’integrazione per gli adulti fu più difficile che per i bambini, negli anni di permanenza impararono solo le parole fondamentali che servivano per acquistare i generi di prima necessità. Nei centri in cui c’era una più alta concentrazione di trentini, furono aperte delle scuole italiane, negli altri luoghi le autorità obbligarono la frequenza in quelle locali. I rifugiati ricevevano, dal comune in cui dimoravano, un sussidio giornaliero di ottanta centesimi per gli adulti e sessanta per i bambini, in seguito fu aumentato a una corona. Nel luglio del 1917 fu proposta da De Gasperi una legge a favore dei profughi trentini, che assicurava loro una maggiore libertà nei movimenti. C’è da chiedersi se chi viveva nelle baracche fosse a conoscenza di quest’iniziativa, che fu comunque approvata solo nel marzo del 1918. Le persone erano informate sui fatti della guerra dalle lettere che giungevano dai soldati, dalle poche copie di giornali in lingua italiana e dal passaparola che ottenevano dai contatti che, col tempo, riuscirono a ristabilire con i paesani sfollati in paesi vicini. Il cibo fu un problema fin dalle prime settimane. Le abitudini alimentari dei trentini erano molto diverse da quelle delle popolazioni locali e così molte cose risultavano loro immangiabili. Chi aveva del denaro poteva acquistare alcuni generi alimentari, ma questi avevano dei costi molto elevati che ben pochi potevano permettersi. Dal 1917 la situazione si fece critica, la mancanza di generi alimentari era ormai una situazione diffusa in tutto l’Impero Austro-Ungarico. Che le condizioni dei profughi trentini in Boemia e Moravia non fossero delle migliori si evince anche dalle lettere da loro indirizzate al Segretariato Trentino per Richiamati e Profughi, con sede a Trento. Gli scritti sono 3931, all’interno dei quali alcuni sono di abitanti della Val di Gresta. Cronologicamente, la prima lettera è di Demetria Gobbi, esule da Valle San Felice, ed è datata 21 agosto 1915. La donna lamenta di aver dovuto abbandonare il suo paese entro tre ore, lasciando ogni cosa e del fatto che, come profughi, ricevevano solo cibo e paglia per il letto. Demetria afferma di aver bisogno di biancheria, ma di non aver soldi e, non potendo lavorare, chiede aiuto al Segretariato. In fondo alla missiva aggiunge che facilmente saranno trasferiti, ma non sa dove, sottolineando la condizione di precarietà.(8) Analizzando le lettere, si rintraccia una tipologia standard in cui vengono redatte: sono quasi tutte indirizzate allo Spettabile Segretariato in Trento, seguono le generalità del mittente, il paese d’origine in Val di Gresta e l’indirizzo da profugo. La domanda di aiuto veniva introdotta dalla formula: “trovandosi al bisogno prega per i seguenti indumenti”; le richieste sono divise per persona, di cui si conoscono nome, età, statura e di cosa necessita. La conclusione era affidata alle seguenti parole: “si affirma, devotissimo, ringraziando”. Alcune lettere sono cumulative e riportano i bisogni di diverse famiglie, anche di paesi diversi.(9) Generalmente sono le donne a scrivere, aggiungono il loro stato civile, ad esempio vedova, sposata, madre di e il nome dei figli.(10)


(5) Leoni D. e Zadra C., Le città di legno, Profughi trentini in Austria 1915-1918, Trento, Editrice Temi, 1995 è l’opera più completa su questo argomento.
(6) Ivi, p.61.
(7) Ivi, p.83.
(8) Biblioteca Civica Rovereto, Ms 43.3, 26/11-13/12, 1915, n.260 vs.
(9) Biblioteca Civica Rovereto, Archivio storico, lettera n.517, Ms. 43. 6, lettera n.2401, Ms. 43. 13.
(10) Una di queste lettere è scritta da Giuseppe Giuliani, mio bisnonno paterno, profugo a Hötting, vicino Innsbruck.

 

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