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RICORDI DI UNA PROFUGA

Ecco come descrive questi avvenimenti Cecilia Pizzini, che riporta nel suo diario le varie tappe della sua diaspora.“La matina del venitre di buon’ora ciano mesi in viaggio [...]. Partimo verso le sei del mattino senzza una metta, senzza destinazione. [...]Errano le sei di sera quando siamo arrivati in Patone dodici ore raminghi sotto i raggi del sole mentre in due di camino si raggiunge Patone”.(12)
Il giorno 26 maggio fu consentito, a chi voleva, di andare a prendere il necessario lasciato a Nomesino e si presentò loro uno scenario triste. “Qualle rovina qualle distruzione in solli tre giorni! [...]I mobili e biancherie vestiti e cetera nuotavano nel vino sicome si aveva meso dette cose nelle cantine”.(13) Il 4 settembre giunse l’ordine di andarsene da Patone, la popolazione s’incamminò verso Calliano. Partirono poi verso il nord e il sette arrivarono a Salisburgo.“[...]la matina del dieci di venerdi a mezzo giorno erravamo giunti a Praga capitalle della Boemia”.(14)

"Finalmente il  quatordici i  di martedi verso le  tre di sera siamo arivati a Piesling (Pisečne, Repubblica Ceca) Moravia”.(15)  Nei ricordi di Cecilia, questa cittadina di circa settecento abitanti, dista tre ore dal Capitanato, che si trovava a Daschiz (Dačice). Qui le persone erano divise fra  chi  era  sottoposto  al  podestà  ebreo  e  chi  a  quello  cristiano,  la ripartizione era fatta indipendentemente dalla religione. Il campo era dotato di un ufficio postale, un gabinetto di gendarmeria, due o tre volte l’anno arrivavano  le  giostre  e  ogni  tre  mesi  si  svolgeva  il  mercato,  dove  si potevano trovare vestiario, stoffe, scarpe e dolci. La chiesa e il cimitero erano situati in un paese poco distante, Noistiff (località non identificata). A Righes (località non identificata), descritto da Cecilia come un piccolo ma ricco borgo, si recavano gli esuli in cerca di burro, latte, uova, farina, i generi di prima necessità. In questa cittadini erano sfollati anche alcuni abitanti di Nago e Riva. Alla famiglia di Cecilia toccò la sorte di molte altre,  ebbero  la  fortuna  di  poter  stare  assieme  alcuni giorni,  ma  poi dovettero partire sua sorella, alcuni zii, i cognati, chi verso Leibnitz, chi verso altre località boeme.
Nel suo diario, la donna ricorda come nel campo s’incontravano persone di  varie religioni, nazionalità ed estrazione sociale. La  signora Pizzini afferma che riuscivano a capirsi nonostante la barriera linguistica. Le prime impressioni del campo sono positive: la guerra non si sente e c’è molta  scelta  nei  prodotti alimentari. Questo durò  poco  e  le  condizioni iniziarono a farsi più difficili. Poi però, le persone abili furono obbligate alavorare e Cecilia perde una delle sue sorelle a causa del tifo. Si dispera perché la sorella era lontana, (Bhömisch- Leipa, oggi Ceská Lipa) e non ha potuto starle vicino. Toccanti sono le pagine in cui, oltre a ricordarla con parole di bontà, pensa a come comunicare la notizia al padre, impegnato come lavoratore militarizzato a Rovereto. “Si pensa si ripensa come si possono fare a notificare al babbo la dolorosa perdita”. (16) Nel dicembre del 1915 il padre la raggiunge “[...]mi si presenta un uomo con la barba lunga lo riconosco facio un grido labracio lo bacio.” (17)
Un altro pensiero costante di Cecilia è il marito. Il loro era un matrimonio d’amore e lei tenta in ogni modo di mettersi in contatto con lui, scrivendo a tutte le persone che potrebbero avere sue notizie. Non si rassegna, non le bastano le voci che la raggiungono e sostengono che suo marito sia prigioniero in Russia, lei vuole che sia lui a scriverle. Il 13 ottobre 1916 finalmente il marito le manda una cartolina: “Quando mi giunse lo scrito desiderato. Riconosco subito quei carateri metto un grido di gioia, bacio quella roza cartolina [...]doppo lunghissimi sedici mesi dangosia”. (18)  Da qui in avanti Cecilia inizierà uno scambio abbastanza frequente di epistole fino al febbraio 1917, in questo periodo le“ sembra dessere la donna più felice della terra”. (19) Nei suoi scritti c’è più speranza, si sente che il suo animo è più leggero e che avverte più vicino il ritorno al suo amato Nomesino. Al contrario trovare il cibo era sempre più difficile e Cecilia riporta che per tre mesi hanno dovuto mangiare solo erbe cotte raccolte nei prati. Il 13 giugno 1917 il marito le scrive che si trova in Austria e che, dopo il periodo di quarantena, pensa di riuscire ad andare da lei. Cecilia conterà i giorni, s’immaginerà il momento del loro incontro moltissime volte, sarà il pensiero che la farà andare avanti. Finalmente il 19 luglio  Giovanni  arrivò  al  campo,  dopo  quattro  anni  la  coppia  poté riabbracciarsi. “Si cerca nel cuore e nella mente parole di saluto ma il cuore e muto non  sugerise nulla. Sembra un  sogno  si  cerca nell’inmagginazzione la realta il cuore batte forte, forte ma sollo lagrime si versano. Perche tantto il dolore come la troppa gioia non ha parole ma sollo pianto”.(20)
Il 4 novembre 1918 la guerra finì, il ritorno in patria era ormai una realtà.  “[...]ci dicono voi  siete  Italiani ma  poco  ci  inporta Italiani hoTedeschi basta sia finita e potere tornare al caro paesello abbandonato”.(21) Il 6 febbraio 1919 iniziò il rientro dei profughi trentini, salirono su un treno che compì al contrario il percorso fatto quattro anni prima. Ad Innsbruck, rimasero per quasi due giorni, dopo quattro giunsero a Trento e li sistemarono presso le Caserme Perini. Cecilia annota con pazienza i disagi che sono costretti a subire per l’ennesima volta. Solo il ventuno la popolazione ottenne il permesso di proseguire fino a Rovereto, alcuni, fra cui il marito di Cecilia, si spingono fino a Nomesino al fine di preparare una stanza abitabile. Nei giorni di permanenza a Rovereto Cecilia perde il suo unico figlio maschio, colpito da nefrite fulminate (infiammazione ai reni).
Un mese dopo la partenza dalla Moravia, tutti gli esuli si ritrovarono a Nomesino e qui dovranno iniziare a ricostruire la loro vita.

(12)  Miorelli A. (a cura di), “Senza una metta, senza destinazione”. Diari, ricordi, testimonianze di profughi trentini in esilio 1914-1919, Mori (Trento), Biblioteca comunale di Mori, 1989, pp.49-50.
(13) Ivi, p.50.
(14)Ivi, p.54.
(15) Ivi, p.55
(16) Ivi, p.56.
(17) Ivi, p.57.
(18) Ivi, p.59.
(19) Ibidem.
(20) Ivi, p.62.
(21) Ivi, p.64.

 

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