LOPPIO

RONZO CHIENIS

PANNONE E VARANO

VALLE SAN FELICE

MANZANO E CORNIANO

NOMESINO

LOPPIO

Loppio contava 142 abitanti nel 1993 e 154 nel 2001, dei quali parte residenti sul comune catastale di Valle San Felice e parte su quello di Mori. Da qualche decennio Loppio ha assunto l’aspetto di paese, mentre in precedenza era costituito dal grande Palazzo dinastia dei Castelbarco con annesse le abitazioni dei loro dipendenti e ”manenti” o mezzadri.
Attorno al palazzo vi era un grande parco, che comprendeva il Lago di Loppio, mentre le vaste proprietà agricole e boschive dell’antica famiglia si estendevano verso la Val di Gresta, verso Mori e su quel di Brentonico.
A Loppio sono stati rinvenuti reperti d’epoca tardo-romana e recentemente sull’isola di S. Andrea, che si erge in mezzo all’ex lago di Loppio, sono stati rinvenuti, e si stanno tardo ancora scavando, resti di edifici-romani o d’epoca barbarica.
Sull’isola fu consacrata nel 1138 una Chiesa dedicata a S. Andrea; tale data è la più antica a noi nota riguardante Gardumo.
Sul dosso di Castelverde, che sovrastava il lago di Loppio, vi era il ”Castrum Vetus”, antica residenza dei Signori di Gardumo.
Gardumo comprendeva la Val di Gresta, il Piano di Loppio e il Lago di Loppio, detto anche Lago di Sant’Andrea.
Quei signori probabilmente edificarono nei pressi del ”Castrum Vetus” e del lago la prima ”casa murata”, dove prima si sviluppò il palazzo di Loppio.
Nel 1324 gli ultimi Signori di Gardumo vendettero ad Aldrighetto di Castelbarco tutte le loro proprietà che comprendevano il ”Castrum Vetus” e la campagna di Loppio.
Da allora Loppio restò per secoli proprietà dei Castelbarco.
Ai piedi del dosso di Castel Verde vi erano antiche case abitate da ”manenti” dei Castelbarco chiamate i Citerini; l’abitato distrutto durante la Prima guerra mondiale, non venne più ricostruito; a meridione della statale per Riva si trova anche il Casom, bella cascina di tipo lombardo, posta di fronte al Palazzo Castelbarco.
Dal 1171 abbiamo notizia della millenaria causa fra le comunità di Brentonico, Mori, Nago e Gardumo per i diritti e le proprietà nella Bordina, che è il costone boscoso settentrionale del Monte Altisssimo.
Troviamo citato Loppio per la prima volta in un documento del 1256.
Le prime notizie di una sede castrobarcense a Loppio risalgono al 1389.
Dopo l’acquisizione dei quattro Vicariati i Castelbarco ricostruirono ed ampliarono il palazzo di Loppio, che elessero a sede dinastiale.
Nel 1703 il palazzo venne incendiato dai francesi del generale Vandome.
Ricostruito nel 1715 divenne una delle più belle ed importanti residenze nobili del Trentino.
Vi si trova l’archivio castrobarcense contenente i documenti della dinastia e delle giurisdizioni di Gresta e dei Quattro Vicariati, quasi totalmente disperso durante la Prima Guerra Mondiale il palazzo, posto nel mezzo del fronte italo-austriaco, venne saccheggiato e distrutto.
Dopo la guerra i Castelbarco ricostruirono solo una parte del vasto complesso e presso la chiesa vennero sistemate alcune arche castrobarcensi, fra cui quella dell’ultimo signore di Rovereto.

IL PALAZZO CASTELBARCO DI LOPPIO

Lungo la strada che dalla Vallagarina porta al Lago di Garda vi è il paese di Loppio, costituito da alcune case attorno ad una grande villa signorile; più avanti la strada fiancheggia l’alveo selvaggio dell’ex lago di Loppio fino al passo di San Giovanni.
La villa è ciò che oggi rimane del grande palazzo dinastiale dei conti Castelbarco-Visconti, in gran parte distrutto durante la Prima guerra mondiale.
Nella zona sono stati rinvenuti reperti d’epoca tardo-romana, particolarmente sull’isola di S.Andrea, situata nel mezzo dell’ex lago di Loppio.
Sull’isola fu consacrata nel 1138 una chiesa dedicata a S.Andrea; tale data è la più antica riguardante Gardumo.
Nel 1654, dopo l’estinzione della potente famiglia Madruzzo, i Castelbarco di Gresta ottennero la giurisdizione dei Quattro Vicariati; in quel tempo l’edificazione del grande Palazzo di Loppio, che doveva diventare una dimora degna della rinnovata potenza Castrobarcense; esso sorgeva sul territorio di Gresta, ma presso il confine con le giurisdizioni di Mori e di Brentonico.
Nel 1703 il Palazzo venne incendiato e distrutto dal generale Vedome nel corso della guerra di successione spagnola.
Venne poi ricostruito da Giuseppe Scipione, marito di Costanza Visconti ed assunse le dimensioni imponenti di una delle maggiori dimore dinastiali del Trentino.
Esso aveva una sessantina di stanze e vi erano la biblioteca e l’archivio castrobarcensi con i documenti provenienti dai castelli di Brentonico, Avio e di Gresta, riguardanti la famiglia Castelbarco e le giurisdizioni dei Quattro Vicariati e di Gresta.
Il conte Carlo Ercole costruisce nel 1818-20 la bella chiesa neoclassica dedicata al SS. Nome di Maria e bonificò le vaste proprietà che occupavano il piano di Loppio ed i fianchi del Monte Baldo e della Val di Gresta.
Al centro vi era il grande Palazzo dinastiale e ad esso collegati vi erano altri vasti edifici di servizio; nei dintorni si estendevano splendidi giardini, dei quali rimangono i ruderi della grande esedra barocca, del Kaffeehaus, dell’Orangerie o limonaia e di altri edifici.
Anche il Lago di Loppio faceva parte del parco del Palazzo con edifici di svago per i conti, con una peschiera, ponticello e altri manufatti.
Il vasto Piano di Loppio, bonificato, era una ricca campagna .
Lungo il Cameras, emissario del lago, che correva in galleria nel suo primo tratto, vi erano alcuni mulini castrobarcensi.
Venne bonificata con splendidi terrazzamenti, anche la campagna di Peal ”Giardino delle Esperidi”, e la campagna del Piantino, sui fianchi della Val di Gresta.
Tutta la grande proprietà castrobarcense, da Mori fino a passo San Giovanni, era ordinata come una novella ”Arcadia”, il cui centro era il grande Palazzo; la chiesa neoclassica di Loppio e le chiesette di San Antonio (1666) e di San Rocco (1680) si stagliavano nel mezzo delle campagne e dei giardini come templi antichi.
Durante la Prima guerra mondiale il Palazzo si trovò esattamente sulla linea del fronte e venne saccheggiato e bombardato dall’esercito austro-ungarico e da quello italiano.
Nel dicembre del 1915 Cesare Battisti, irredentista arruolato nell’esercito italiano, si avventurò tra i ruderi salvando quanto era rimasto del prezioso archivio castrobarcense.
Dopo la Prima Guerra Mondiale i Castelbarco ricostruirono solo una parte del grande Palazzo, e cioè l’attuale Villa Castelbarco e alcune dipendenze oggi abitate da altre famiglie.
Il campanile della chiesa conserva i fori dei proiettili, in memoria della guerra; a Loppio vennero inoltre portate le ”arche” dei Castelbarco provenienti da Avio e da Rovereto.
Quanto oggi è rimasto testimoniato in minima parte l’ordinata bellezza e lo splendore di Loppio e del suo Palazzo ammirati da viaggiatori e da letterati nel diciottesimo e diciannovesimo secolo.

I DIALETTI DELLA VALLE

Nella Val di Gresta si possono distinguere tre parlate, caratterizzate da sottili differenze, non sempre oggi chiaramente percettibili.
La parlata di ognuno dei sette paesi si differenziava inoltre un tempo da quella dagli altri per particolari in verità oggi difficilmente evidenziabili.
Qualche minima diversità si può inoltre talora riscontrare nei diversi gruppi familiari, ma spesso essa è dovuta ad accidenti assolutamente recenti e non importanti per l’insieme della comunità.
Tralasciando allora l’analisi di tali eccessive differenziazioni, consideriamo solo le tre principali parlate caratterizzano il dialetto della Val di Gresta: l’una è usata a Ronzo e Chienis, presenta caratteri più arcaici e simili, per alcuni versi, alle parlate dell’alta Val del Sarca o del circondario di Trento; l’altra è usata a Pannone, Varano (dove la parlata è  mista con la precedente), Manzano e Nomesino, è simile da un lato a quelle usate nella Destra-Adige (Vallagarina) e d’altro canto sembra presentare qualche elemento della ”Busa” di Arco e presenta talora alcuni arcaismi; la terza parlata è quella usata a Valle San Felice, che è simile alla seconda, ma sembra presentare alcuni elementi riscontrabili a Mori ed in alcuni paesi della Bassa-Vallagarina.
”I salmi del Signoredio: 150 salmi nel dialetto della Val di Gresta”, tradotti da Iginio Gentili con un gruppo pastorale di Valle San Felice, rappresentano la principale opera letteraria scritta nella parlata della Val di Gresta; essa venne pubblicata a Trento nel 1981.
Mori è apparentemente un abitato unitario, ma presenta in realtà la complessa situazione dovuta alla presenza di diverse ”ville” o paesi, ognuno con una propria antica tradizione ed individualità culturale.
Esistevano fino a qualche decina di anni fa, a detta dei più anziani, anche varietà dialettali, distinguibili fra le diverse ville.
Oggi sopravvive solamente una differenza di cadenza a Besagno, ma appena percettibile; non sono più evidenziabili altre particolarità o differenze nella parlata delle diverse frazioni, nemmeno dall’orecchio più esperto.
Si ascoltano invece ancora talune differenze tra la parlata di Mori e quelle di Val di Gresta, anche se esse non sono importanti e tendono progressivamente a scomparire.

Tratto da ” Conoscere la storia e i territorio
di Mori – Val di Gresta” relatore Dott. Alessio Less