IL CAPPELLO ALPINO

LE ORIGINI DEL CAPPELLO DEGLI ALPINI

Il cappello degli Alpini è calabrese: l’origine di un copricapo ricco di storia.
Durante il Risorgimento il tipico berretto con la penna era indossato dai rivoluzionari di Cosenza e Reggio. Da allora divenne simbolo di ribellione e venne esaltato anche da Verdi e Garibaldi.

Durante il Risorgimento, oltre al tributo di sangue versato alla patria dagli innumerevoli martiri, la Calabria donò all’Unità d’Italia anche un cappello. Un copricapo che divenne il simbolo della sollevazione del popolo italiano contro le tirannie straniere.
Circa il “cappello alla calabrese” adottato dai rivoluzionari durante i moti di Cosenza del 1844, repressi nel sangue, Giuseppe Fausto Macrì, nel suo “Il tempo, il Viaggio e lo Spirito”, Laruffa Editore, ci dice che nei salotti liberali milanesi le donne presero a indossarlo in omaggio a quelle lontane indomite contrade in lotta contro il Borbone.
Nel 1847 la rivolta di Reggio e Gerace, un ulteriore ingente tributo vermiglio del popolo calabrese alla causa risorgimentale – proprio per la ferocia con la quale l’esercito di Ferdinando II la represse – accanendosi finanche con i cadaveri degli insorti, destò in tutta Italia sentimenti di commozione e di sentita solidarietà, e l’orrore per le barbare fucilazioni fu oggetto di ampie cronache in tutti i giornali liberali dell’epoca.
In breve tempo il “cappello alla calabrese” divenne l’emblema della resistenza all’oppressione e segno di riconoscimento tra i cospiratori di tutta la Penisola. Tanto che la polizia Asburgica, quanto quella Borbonica, vietarono rigorosamente portarlo, in quanto “segno distintivo di partito antipolitico”, pena l’immediato arresto.
Il “cappello alla calabrese” piacque anche a Giuseppe Verdi che lo fece portare al protagonista della sua opera “Ernani”, tratta dal dramma di Victor Hugo, Ernani un eroico bandito (che in realtà è un nobile spagnolo), il quale combatte l’ingiustizia e la tirannide. E anche Garibaldi, l’eroe dei due mondi, non ne fu immune e, il suo tocco sudamericano, successivamente, influenzò anche la moda delle gentildonne.
Ma la cosa ancora più singolare, e forse meno conosciuta ai più, è che uno dei tratti distintivi più evidenti di uno dei più famosi ed apprezzati corpi dell’Esercito Italiano, gli Alpini, fin dalla sua costituzione, 15 ottobre 1872, riprende il “cappello alla calabrese” – o all’Ernani, ricordando l’opera verdiana – a significare che il copricapo con la piuma, ritenuto “sovversivo” e bandito con tanto di decreto dall’impero asburgico e dal regno borbonico, non è un mero oggetto avente una semplice funzione d’abbigliamento o corredo per l’uniforme ma, portato tuttora sulle teste dei nostri Alpini, a memoria dei martiri calabresi e di tutti i caduti per la libertà del nostro Paese, è un simbolo significativo per la nostra storia nazionale.
20 MAGGIO 1910 NASCE IL CAPPELLO ALPINO
“Estratto dell’articolo scritto per Aquile in Guerra, n. 18 – 2010”
“Società Storica per la Guerra Bianca con adattamenti per il presente “Supplemento”
“E’ adottato per la truppa dei reggimenti alpini un cappello di feltro grigioverde che completa la nuova uniforme da campagna stabilita per dette truppe. Detto capello consta: di un filtro, di una fodera, di una fascia di allula, di 4 occhielli, di una sopra fascia, di un cordoncino, di un porta nappina e degli accessori i quali sono per gli alpini: la nappina, la penna ed il fregio,
e per l’artiglieria da montagna: la coccarda, la penna ed il fregio, (…)”
Così inizia l’Atto n.l96 del 20 maggio 1910, pubblicato sul Giornale Militare a firma del Ministro Spingardi, che sancisce il cappello in feltro, ma solo per i sottufficiali, i graduati e la truppa dei reggimenti alpini e dell’artiglieria da montagna. Questa disposizione – che commenteremo più avanti nella sua completezza – è frutto di varie trasformazioni ed esperienze che il Corpo degli Alpini ebbe fin dal 1872. Il cappello alpino non è un mero oggetto avente una semplice funzione d’abbigliamento o corredo
Le divise dei Volontari di Parma del 1859 disegnate dal noto illustratore Quinto Cenni. Da notare il copricapo, molto simile a quello che diverrà il primo cappello degli Alpini.
per l’uniforme, ma è anche un simbolo significativo per la nostra storia nazionale come lo erano già alcune tipologie di cappelli e berretti dell’Italia risorgimentale.
” … Sarei solo in dubbio per dare le preferenza al cappello piuttosto che ad un berretto munito di alette da applicarsi a guisa di soggolo. Fra la tormenta, le bufere, il nevischio, io ho trovato un gran beneficio, soprattutto nella cattiva stagione a far uso di tale berretto, mentre è facile con una copertina di tela, foggiata a copri nuca, di ripararsi anche dal sole senza aver bisogno di due oggetti, capello e berretto per copricapo …”
“Che il cappello sia molle non solo, ma provvisto di larghe falde le quali permettonodi riparare la testa dal sole e dalla pioggia. Che il cappello stesso sia provvisto di penna (mi duole di non essere d’accordo in questo col buono e simpaticissimo Brioschi). La penna – a pare mio – rende il cappello poeticamente più bello e soprattutto essa è desiderata dai nostri montanari, come lo prova il fatto che tutti indistintamente i nostri Alpini, appena possono, si provvedano a loro spese di enormi penne, sia per andare a passeggio che per recarsi al proprio paese in permesso.”
Finiti gli esperimenti sulla divisa grigia e approvato il colore grigio verde, colore che più si adattava al colore del “terreno” italiano dalla Sicilia alle Alpi, il 20 maggio 1910, come riportato all’inizio di questo scritto, “nasce” il cappello alpino in feltro grigio verde.
Il modello della truppa e dei sottufficiali era di feltro di pelo di coniglio, grigioverde, con la calotta ornata da una fascia di cuoio intorno alla base, e aveva la tesa anteriore abbassata e quella posteriore rialzata. Sul lato sinistro la penna era inserita in una nappina di lana con il colore del battaglione, dove il modello degli ufficiali era di feltro di pelo di coniglio, grigioverde, con la calotta ornata da una fascia di seta e da un cordoncino di lana attorno alla base, sempre con la tesa anteriore abbassata e quella posteriore rialzata, la penna era inserita in una nappina di metallo argentato e sullo stesso lato c’ erano i gradi a V rovesciata d’ argento.
Nel 1912 fu adottato il fregio rimasto in uso sino ad oggi: un’ aquila con le ali aperte al di sopra di una cornetta, con il numero del reggimento nel tondino centrale, posta davanti a due fucili incrociati (due cannoni incrociati per gli artiglieri da montagna).
Dalla prima guerra mondiale in poi ci furono solo cambiamenti poco rilevanti, relativi soprattutto al fregio, alla nappina e ai materiali di cui erano costituiti. La forma del cappello resta invariata e caratteristica, tale da diventare un simbolo di appartenenza e un motivo di orgoglio per tutti gli ALPINI…..

IL MONUMENTO AI CADUTI

Monumento per ricordare i Compagni Scomparsi e i Caduti di tutte le guerre.

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RELAZIONE MORALE

La relazione morale è uno strumento indispensabile per far conoscere e racchiudere tutte le attività organizzate nell’arco di un anno solare e l’andamento patrimoniale dell’Ente.

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FERRATA DI MONTE ALBANO

La via attrezzata "Ottorino Marangoni" è una via ferrata realizzata dalla Sezione C.A.I. - S.A.T. di Mori nel 1976 su una parete rocciosa.

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La Campana dei Caduti di Rovereto è stata fusa con il bronzo dei cannoni delle nazioni partecipanti alla Prima guerra mondiale,

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Il santuario dell'Annunciazione della Beata Maria Vergine, anche noto come santuario di Montalbano è una chiesa sussidiaria a Mori, in Trentino. Risale al XVI secolo.

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